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CERIMONIA DI INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO 2018

January 20, 2018

Tra toghe, tocchi, ermellini, divise e uniformi, in un contesto di malcelata insofferenza per la solennità di una cerimonia, vissuta come un fastidioso incombente cui si è costretti dalle norme sull’ordinamento giudiziario, ma che finora nessuno, per fortuna, ha pensato di abolire nel nome della celerità e dell’uso razionale delle risorse, tra i tanti discorsi di routinario preoccupato allarme, o di forzato ottimismo sui pretesi risultati “tangibili” delle riforme, ecco la sede adatta per rivendicare il ruolo imprescindibile dell’Avvocatura nella società, nel Paese, nell’amministrazione della Giustizia e nel microcosmo costituito da ogni singolo distretto di Corte d’Appello.
La sede adatta per ricordare l’art. 39 della nostra legge professionale, la 247/2012, che nel definire il Congresso Nazionale Forense come "massima assise” dell'Avvocatura, gli assegna il compito di trattare i temi dei diritti fondamentali, della giustizia e della professione e di formulare le relative proposte. Così legittimando, a livello normativo, un aspetto della funzione dell’Avvocatura, quale sentinella posta a garanzia della tutela dei diritti e della libertà del popolo, quale garante del buon funzionamento della Giustizia.
Un’Avvocatura che non esaurisce i suoi compiti difendendo nel processo, ma che oggi è chiamata a valorizzare il suo ruolo anche fuori dal processo, “non come fuga da un processo malato, che si dibatte tra ritardi e difficoltà operative” ma come “ridefinizione di un ruolo cardine per l’avvocato nella gestione delle controversie civili, quale professionista in grado di orientare e accompagnare l’assistito verso la migliore soluzione della lite che lo coinvolge” mediante “la soluzione negoziale o giudiziale che risponde alla tutela dei suoi interessi, senza mai dover abdicare alla tutela dei suoi diritti quando ciò è necessario”.
Non si tratta di privatizzazione della giustizia, ma di una difesa forte della funzione giurisdizionale, nella considerazione che, purtroppo, oggi la Giurisdizione è una “risorsa limitata” , una risorsa pubblica che deve essere valorizzata riservandola alle controversie che non riescano a trovare, prima del giudizio ed altrove, una adeguata e soddisfacente definizione.
Chi si rivolge a noi avvocati per chiedere assistenza nella previsione di avviare una vertenza giudiziaria, ci pone tre domande, sempre le stesse: “ho ragione o torto ? “; “quanto tempo ci vorrà perché il giudice mi dica se ho ragione o torto ? “quanto mi costerà sapere se ho ragione o torto ?”
Ebbene, un avvocato che si rispetti, anche sotto il profilo della correttezza professionale e deontologica, oggi è costretto a rispondere con tre desolati, e desolanti, “non lo so”. Non possiamo rispondere se ha ragione o torto, perché nel nostro ordinamento sono vigenti centinaia di migliaia di leggi, spesso scritte male ed approvate peggio, e perché gli orientamenti giurisprudenziali, anche di legittimità, sono sovente ondivaghi.
Non possiamo neanche prevedere quanto tempo ci vorrà per avere la decisione, perché la durata del processo non è affatto nella disponibilità degli avvocati ed è pesantemente condizionata da cause, quali le carenze di organici, sui quali l’Avvocatura non ha alcuna responsabilità.
Né il rimedio di tenere sotto pressione i magistrati con paventate azioni disciplinari in caso di ritardo nel deposito del provvedimento oltre una certa soglia statisticamente predeterminata, ci soddisfa. Merita, anzi, di essere stigmatizzata la purtroppo frequente frettolosità con cui talvolta sono costretti ad operare: il processo non deve essere considerato una catena di montaggio con tempi predeterminati, tanto che l’art. 111 della nostra Costituzione parla di “ragionevole durata”, laddove il termine “ragionevole” non può che essere subordinato alla sua complessità.
Non possiamo, infine, neppure ipotizzare quanto costerà il processo, perché le decisioni sui costi di accesso alla tutela giudiziaria sono state utilizzate dallo Stato, sempre più frequentemente, per fare cassa, come ci dimostra l’incredibile aumento della misura del contributo unificato e delle marche da bollo nel processo civile nonostante i risparmi, rilevantissimi, generati dall’introduzione del processo telematico e l’accollo da parte di noi difensori di compiti che in precedenza facevano carico alle cancellerie ed agli ufficiali giudiziari, oltre che di gravosi oneri e costi ulteriori.
Credo sia evidente a tutti che noi avvocati non possiamo più accettare di rimanere passivamente coinvolti in un sistema che finisce per delegittimarci socialmente facendoci apparire inutili, se non “dannosi” agli occhi delle persone e delle imprese che a noi si rivolgono, oltre che nella considerazione della società civile e dell’opinione pubblica.
E ciò anche perché la progressiva assimilazione dell’avvocato all’imprenditore, snatura il nostro ruolo costituzionale e insinua il dubbio che la nostra professione sia diretta solamente ad accumulare compensi, e non a garantire il rispetto dei diritti e delle libertà dei cittadini.
La scommessa è la sopravvivenza di un avvocato libero e dignitoso, forte nei confronti della politica e vigile nei confronti delle istituzioni che lo rappresentano, senza timori reverenziali di sorta e senza la pietosa esigenza di accontentare il “potente” di turno per brucarne le briciole.
Chiediamo attenzione, quindi, quando si legifera attribuendo all’avvocato compiti tipici del commerciante, o quando si invoca il codice del consumatore nei rapporti tra assistito e avvocato.
Nessuno intende sottrarsi alle sue responsabilità, ma è indispensabile evitare di svilire il ruolo del difensore relegandolo a quello di mero imprenditore. L’imprenditore non può collaborare all’amministrazione della giustizia, mira al profitto. E il profitto non può e non deve essere il solo scopo dell’avvocato.
Il ricorso alla giustizia del singolo cittadino è sempre un successo dello Stato di diritto rispetto alla nefasta autodifesa o al ricorso a peggiori parallele impervie vie che delegittimano per primo lo Stato.
La gestione di una “Giustizia senza processo” comporta la responsabilità di prospettare un sistema che, consentendo altre sedi e forme di soluzione dei conflitti, sia capace allo stesso tempo di riassegnare alla Giurisdizione il ruolo centrale che le è assegnato dalla Costituzione.
In questa prospettiva, più di una sono le linee direttrici sulle quali indirizzare le riforme: la realizzazione di un ampio sistema di formazione stragiudiziale di titoli esecutivi con efficaci e tempestivi rimedi oppositivi in caso di abusi o illegittimità; l’ampliamento di forme di istruzione preventiva sia per informazioni testimoniali che per accertamenti tecnici sull’an e sul quantum; la valorizzazione della regola della non contestazione delle domande e/o dei fatti da parte del convenuto, invertendosi l’onere dell’attivazione del giudizio di merito; la ridefinizione di regole processuali (per tutti i gradi del giudizio) che siano coerenti con l’innovazione tecnologica introdotta dal processo telematico, ma che non incidano sull’effettivo esercizio del diritto di difesa, né sotto il profilo patrimoniale, creando una barriera all’accesso e rendendo il processo fruibile solo per i ricchi, né sotto il profilo tecnico, spingendo verso la sommarizzazione del processo, invece che verso l’unificazione dei riti civili.
E nel settore penale, oggi più che mai è necessario separare le carriere dei magistrati giudicanti da quelli inquirenti: una specializzazione stringente dell’accusa, insieme alla reale terzietà (anche culturale) del Giudice, consentirebbe anche di evitare tutti quegli errori giudiziari di cui è costellato il nostro sistema. In termini generali, e nell’attuale clima politico, si ha la sensazione che la giustizia sia destinata a smascherare, più che a giudicare, se si pensa alla impressionante e ripetuta offesa alla res publica che le cronache quotidiane ci propongono, nelle iniziative assunte dall’accusa, ma nell’attesa delle decisioni giudiziarie che interverranno. È qui la contraddizione tra la giustizia invocata subito e la giurisprudenza che verrà, ed è qui la necessità di richiamare ancora una volta non soltanto alla sollecita pronuncia delle decisioni degli organi giudiziari, ma anche alla capacità di distinguere i fatti e le ipotesi di reato dai pregiudizi, per restituire dignità a chi sia stato ingiustamente e preventivamente giudicato dall’opinione pubblica e dai mezzi di informazione.
Alcune dichiarazioni del Ministro Orlando, meritano di essere “riascoltate” perché è vero e sacrosanto che “E’ necessario collaborare tutti per difendere l’impianto costituzionale del nostro ordinamento giuridico, quale strumento e presidio di tutela dei diritti fondamentali contro le pericolose derive populiste che insidiano i livelli di civiltà giuridica toccati dal nostro Paese. E’ necessario comprendere che “fare giustizia non può mai significare ricercare consenso”, criticando “la costante dilatazione del numero dei reati previsti dalla legge, spesso conseguenza di un utilizzo puramente propagandistico e simbolico dell’azione legislativa, secondo un’equazione, rivelatasi nel tempo totalmente infondata, per cui a più reati equivarrebbe più sicurezza” quando invece “in realtà, l’incertezza del quadro degli illeciti e la conseguente irrazionalità del sistema hanno indebolito la capacità repressiva ed aumentato il numero dei procedimenti”.
Ma è anche vero che la legislatura appena terminata, ci ha “regalato” spaventosi passi indietro rispetto alla piena attuazione dell’art. 111 della Costituzione. Ed allora, un richiamo al legislatore è d’obbligo, affinchè cessi nell’abuso del concetto di responsabilità oggettiva, nel nome della nostra Costituzione, chiarissima nell’affermare che la responsabilità penale è personale.
Le riforme processuali sull’appello, civile e penale, e sul giudizio di Cassazione, i cui esiti sull’ammissibilità sono spesso rimessi alla discrezionalità del Giudice, ci spingono a sottolineare come non basti scrivere nuove regole processuali, se non si interviene sull’offerta di giustizia, sul rafforzamento organizzativo, sulle carenze di personale e di magistrati, sull’innalzamento delle infrastrutture tecnologiche. Non basta, cioè, rendere più difficile l’accesso alla giustizia, comprimere le libertà e i diritti nel nome della celerità, se non si interviene sull’aspetto pratico e sulla formazione dei giuristi, oltre che sul rispettivo portato culturale, che dovrebbe spingere tutti coloro che hanno un ruolo ad essere consapevoli del fatto che devono necessariamente camminare insieme.
La recente attenzione alla copertura delle piante organiche, richiede con urgenza interventi più cospicui nei settori in cui sarebbe necessaria una giustizia ad horas: vi sono gravissime situazioni che stanno mettendo a rischio l’esercizio della giurisdizione laddove sono in discussione diritti fondamentali, i procedimenti in materia di famiglia e le migliaia di impugnazioni dei migranti richiedenti asilo avverso i provvedimenti di diniego della competente commissione prefettizia; o nelle sezioni di riesame delle misure cautelari, o nelle esecuzioni civili e penali, solo per fare alcuni esempi in cui beni della vita, essenziali, sono compromessi dalle carenze di organico.
Il rispetto della Giurisdizione e dei suoi valori si misura anche con quello che viene riservato al lavoro di tutti i soggetti che in essa e per essa operano; del personale, dei giudici ed anche di noi avvocati.
L’Unione Italiana Forense continuerà a operare per difendere i princìpi costituzionali che regolano l’attività volta alla tutela dei diritti e allargare l’ambito dell’esercizio della professione per migliorarne la qualità e l’immagine, con attenzione all’impegno che eticamente, culturalmente e giuridicamente gli avvocati danno a chi chiede giustizia. Formazione, educazione alla legalità e attenzione alla giurisdizione sono e saranno alcune delle linee portanti della nostra attività.
Non vi sarà mai una democrazia compiuta o una Giustizia compiuta senza un Avvocato autorevole, libero e indipendente; né esisterà una società libera e democratica senza Avvocati; né vi sarà mai un Giudice giusto che possa ritenere di prescindere dalla collaborazione dell’Avvocato.
Non pieghiamo stancamente il capo verso il basso, ma ritroviamo il coraggio di guardare verso l’alto, riappropriandoci non di un sogno ma di una funzione che è stata la ragione di una scelta di vita.
Il prossimo Congresso Nazionale Forense, che si svolgerà a Catania, sarà un momento cruciale, che dovrà essere valorizzato e partecipato da tutta l’Avvocatura. L’Unione Italiana Forense ci sarà, orgogliosa di partecipare e di esserne protagonista, per riaffermare il diritto dell’Avvocato ad essere libero e indipendente da qualsiasi forma di sudditanza o pressione, e per fugare ogni dubbio su un’Avvocatura stanca e delusa, prona a qualunque stravolgimento del suo ruolo e del ruolo della Giustizia nella società. Ci sarà, per elaborare i principi di uno Statuto dell’Avvocato, regole che avranno lo scopo di rafforzare la nostra identità, il nostro peso nella società e la nostra capacità di incidere nella difesa dei diritti e delle garanzie, in difesa della Libertà e della democrazia, per lanciare l’ipotesi di costituire per l’Avvocatura un “tertium genus”, che coniughi autonomia e modernità.

Una frase pronunciata dal Presidente del Consiglio Nazionale Forense, racchiude lo spirito con cui dovrebbe iniziare ogni anno giudiziario:
“Noi avvocati vogliamo camminare, consapevoli del nostro insostituibile ruolo di custodi dei diritti, insieme ai magistrati e alla politica, percorrere lo stesso sentiero, senza temere di ascoltare i compagni di viaggio, senza avere paura di aprire la via o di abbattere gli ostacoli quando necessario. Forse ancora non tutti, tra avvocati, magistrati e politici ci seguiranno; in questo caso ci sia consentito il dubbio che siano costoro a sbagliare sentiero”.


Il Presidente dell’Unione Italiana Forense
Avv. Elisabetta Rampelli
 

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